Pietro Ratto

 

Il Gioco dell'Oca

Brani scelti

 

"Per prima cosa, fammelo dire. Sono letteralmente allibito! Se sei arrivato fin qui e proprio in questo preciso momento stai cominciando a leggere queste mie stesse parole, significa che ho fallito; vuol dire che quel diavolo di un ratto è riuscito di nuovo a farsi pubblicare da qualche pazzo. E questo non va! Non va affatto bene! Di come realmente andarono le cose, in quel lontano 1415; di come quel vecchio impenitente di Hus fu turlupinato, umiliato e messo al rogo, mai avremmo voluto che qualcuno di voi venisse a sapere, nei dettagli. Per non parlar dei crimini di Giovanni XXIII, dell’assassinio di Alessandro V... Abbiamo lavorato duro, per nasconderne le tracce. E cosa credi, tu? Pensi che il nostro lavoro sia davvero così semplice?
No. Non sono per nulla contento che tu ti trovi in mano questo libraccio. Posso solo prometterti, però, che farò tutto il possibile affinché di gente come il ratto, e come te, ce ne sia sempre di meno.

 

Il tuo affezionatissimo Inquisitore".

 

 

"Il 18 maggio 1415 il Vescovo di Narni, Donadio, sostiene davanti all’Inquisitore che molti accusassero il Papa non soltanto a proposito delle monache, ma anche del peccato di sodomia con molti ragazzini, e che questo lo si dicesse comunemente a Firenze. Cinque giorni dopo tocca al Vescovo di Cefalù, Antonio Acciaiuoli - per altro poi passato nella lista degli pseudo-vescovi proprio in quanto nominato dal Pontefice incriminato - che dichiara di aver sentito da un militare napoletano di nome Nicola Macrone, che lo stesso signor papa Giovanni, mentre era legato pontificio di Bologna, avrebbe avuto un rapporto sessuale contro natura con un giovane che mirava ad una certa abbazia nel bolognese, ed egli gli avrebbe promesso di dargliela in modo che acconsentisse [...]"

 

 

"Lo obbligarono a calcarsi sul capo una corona di carta, su cui eran stati disegnati tre diavoli che litigavano, contendendosi un dannato. La corona recava, beffarda, la scritta: “Hic est Heresiarcha”.
Quando uscì, scortato dai suoi numerosi carnefici, si trovò immerso in una soffocante nube di fumo, proveniente dal vicino cimitero. I suoi libri, accatastati in quel luogo, stavano già bruciando, inesorabilmente.
Il patibolo - costruito su un prato dell’antico quartiere Paradies, vicino alle mura del Castello in cui era rimasto recluso per mesi - lo attendeva spettrale e inquietante.
Hus avanzò verso la catasta di legna, continuando a pregare. Gli cadde la corona di carta, si affrettarono malignamente a rimettergliela. Hus osservò pacatamente che a Cristo ne era toccata una ben più grave. Tolta la tunica, lo legarono al palo. Si accorsero di averlo erroneamente orientato verso est, la direzione in cui, in quei secoli, con serenità ogni moribondo volgeva i suoi occhi in attesa della morte, confidando nel perdono di Dio. Dunque, lo girarono immediatamente in direzione opposta. Negatagli la confessione, gli fu intimato per l’ultima volta di abiurare. Secondo la prassi quell’ultima offerta, se accolta, gli avrebbe evitato la morte, “misericordiosamente” rimpiazzata con la prigione a vita. “Sono pronto a morire con gioia”, rispose solenne l’eretico, fissando dritto negli occhi il Maresciallo De Pappenheim, a cui era toccata quell’ultima incombenza. C’è chi racconta che, a quel punto, un’anziana contadina, in un eccesso di zelo, si fosse spinta fin sotto il patibolo, per portare due fascine di legna da ardere. Il Maestro, a quella vista, avrebbe sorriso mormorando: “Oh, santa semplicità!
Quando rialzò il suo sguardo severo, vide alcuni uomini chinarsi ad accostare le loro torce alle fascine, ammucchiate ai suoi piedi […]"

 

 

---------------------------

 

P. Ratto, Il Gioco dell'Oca, Prospettiva editrice, 2015

Cfr. anche il video di presentazione dell'opera al Salone del Libro 2016